Nella scrittura, l’idea che l’AI “cambierà tutto” contiene un difetto d’origine.
Parla in astratto del futuro, ma non ti aiuta a decidere cosa fare in concreto, adesso.
Riferendoci alla scrittura, quell’idea non ti aiuta a decidere quale sarà il tuo prossimo testo, quale ruolo vorrai attribuire all’AI, quale lasciare a te stesso. E pensare che l’impatto dell’AI nel mondo reale si produce attraverso decisioni anche piccole, ma decisive: e ciò vale persino per il prossimo testo che scriverai.
Del resto, l’esperienza mi racconta che le grandi rivoluzioni globali del XX secolo e di questo primo quarto del XXI secolo hanno, tutte, prodotto una specie di di anestesia locale.
E, mentre la rivoluzione globale dell’AI che fa discutere tanto del “domani” dell’umanità, nessuno ti domanda che cosa stai permettendo all’AI di fare oggi, nel tuo documento aperto.
Per questa ragione, in controtendenza (già dallo scorso articolo che ho pubblicato: https://katiabovani.it/ai-dallhype-alla-pratica-sobria/), ti propongo l’idea per cui è in quel gesto minimo, nel modo in cui scrivi o lasci scrivere all’AI, che si decide quale idea di linguaggio, di potere, di futuro contribuisci a normalizzare.
⚡ Cos’è l”evidenza’ nell’era dell’AI?
Quando un modello generativo scrive la “versione ragionevole” di un argomento, non si limita a organizzare dati in frasi grammaticalmente corrette: propone una forma di evidenza.
Cioè, una narrazione del mondo che appare moderata, equilibrata, sensata, dove i conflitti sono attenuati e gli esiti sono sempre, in qualche modo, gestibili.
Ebbene, questa evidenza non coincide con il vero o il falso: è ciò che appare plausibile e anche poco rischioso sul piano dell’articolazione discorsiva. È una miscela di:
- frequenza statistica;
- tollerabilità sociale in uno spazio pubblico o professionale;
- commercialmente innocuo dal punto di vista di chi progetta il modello.
In questo modo, l’AI è una macchina del senso comune: consolida il mondo dominante, in una versione ripulita dalle asperità.
E, per questa via, i modelli generativi si inseriscono in una genealogia di dispositivi che mostrano certe visioni del mondo tanto “naturali” quanto, spesso, astoriche.
Il punto è che questo processo di naturalizzazione e normalizzazione del “naturale” avviene a una velocità davvero inedita per il mondo della comunicazione.
⚡L’AI come baseline del senso comune algoritmico
Usare l’AI per scrivere significa lasciarla produrre la prima versione dell’argomento, quella che si chiama (anche nella scrittura senza AI) “prima bozza”.
Ma, proprio per le ragioni che abbiamo ripercorso, quella bozza non è neutrale: è la baseline del senso comune algoritmico e, quindi, ciò “chiunque” potrebbe dire, in un linguaggio “pulito”.
A residuare, all’esterno, rimangono:
- i desideri che mettono in discussione lo status quo
- le paure profonde che non possono essere risolte con morale rassicurante
- le voci periferiche, che, in quanto tali, non trovano tracce nei dati così significtaive da emergere come probabili.
- scenari controfattualli e, quindi, che non sono accaduti .
Kate Crawford (ricercatrice senior presso Microsoft Research New York e titolare della cattedra inaugurale di IA e Giustizia presso l’École Normale Supérieure di Parigi) mostra che l’AI non è un’intelligenza disincarnata ma un’industria estrattiva che solidifica rapporti di potere preesistenti, trasformandoli in infrastruttura e geografia [1].
In questa prospettiva, nel generare testi, l’AI non ha bisogno di censurare: è sufficiente che normalizzi, cioè presenti come evidente ciò che è solo altamente probabile dentro un certo ordine del mondo.
⚡Scrittura contro l’evidenza: definizione del gesto
Scrivere “contro l’evidenza” non significa fare fact‑checking dell’AI.
Non si tratta di giocare a chi trova l’errore nei dati.
Scrivere contro l’evidenza è qualcosa di molto diverso: significa che puoi
- permettere all’AI di produrre la versione ragionevole di un argomento: il post plausibile su AI e produttività, sul lavoro ibrido, sul futuro della formazione, sulla leadership empatica.
- lascia la sua versione sul piano dei fatti e sposta la tua scrittura su un altro piano: quello del possibile, del controfattuale, del desiderabile, dell’indesiderabile.
Il testo umano non si limita ad affermare (per esempio) “X è falso”.
Il testo umano dice: “anche se X fosse vero, non sarebbe sufficiente a… “oppure “così com’è raccontato, X è impoverito”.
La scrittura contro l’evidenza non corregge la cronaca, ma allarga o incrina l’orizzonte.
In questa maniera, il testo generato dell’AI diventa una sorta di “primo stato del lavoro”: la prima versione in cui il conflitto è già mediato, la perdita già convertita oin occasione, ciò che era perduto già trasfromato in apprendimento.
Il testo successivo, cioè quello scritto da te, è chiamato a reintrodurre ciò che è stato levigato via.
In questo senso, ho trovato illuminanti le parole della sociologa Ruha Benjamin che ti condivido: “Norme, valori e strutture sociali esistono tutti prima di qualsiasi sviluppo tecnologico, quindi non è semplicemente l’impatto della tecnologia, ma gli input sociali a far apparire alcune invenzioni inevitabili e desiderabili, il che porta a una terza provocazione: che l’immaginazione sia un campo d’azione conteso, non un ripensamento effimero che possiamo permetterci di ignorare o romanticizzare, ma una risorsa, un campo di battaglia, un input e un output della tecnologia e dell’ordine sociale [2]
Dunque, l’immaginazione non è un lusso decorativo, è un atto politico nel senso alto del termine.
Perché chi controlla ciò che possiamo immaginare, controlla anche ciò che possiamo considerare realistico, desiderabile, inevitabile. E, se l’AI occupa lo spazio dell’immaginabile con la propria versione sensata e prudente del futuro, il nostro compito diventa riaprire questo spazio, ri-donargli conflitto, alternative, possibilità, matericità umana.
⚡Perché è un atto etico e politico
Lasciare che l’unica versione circolante del mondo sia quella algoritmicamente sensata e prudente, rinunciamo a una funzione essenziale della scrittura: dare cittadinanza al non ancora, al troppo, al non riconciliato, al conflitto, alle alternative, alle possibilità e – cosa più importante – alla matericità, alla psicologia e alla sprititualità umane.
La scrittura contro l’evidenza:
🔹difende il diritto di immaginare universi che non superano il filtro della probabilità e che nascono da esigenze di giustizia, cura, riparazione
🔹 riporta in scena ciò che l’AI espunge: il dolore che non ha trovato pace, le asimmetrie di potere, tutto ciò che non è riconducibile ai KPI di produttività o engagement;
🔹ricorda che tutto “quello che, di solito, accade” non esaurisce l’area del giusto, dell’equo, del pensabile, del sostenibile e dello stesso plausibile.
È un gesto politico perché non si limita a usare l’AI come strumento, ma sfata la sua natura di dispositivo normativo: quel che è sempre ragionevole per l’AI è sempre la versione interessata del mood in cui dovremmo trovarci, di come dovremmo vivere, di come dovremmo comunicare.
Scrivere contro l’evidenza vuol dire smascherare questo “dovremmo” implicito e invisibile.
⚡Un ponte verso la comunicazione professionale
La questione è spinosa? Lascio a te la risposta.
Però non è questione che riguarda soltanto la scrittura di un saggio, di un manuale o un articolo.
In realtà, investe tutto il modo in cui raccontiamo il lavoro, la leadership, il successo in questo spazio social cioè, LinkedIn.
Quando chiedi, a un modello, un post “professionale, positivo, ispirazionale” su un tema di management, otterrai un testo che
- enfatizza opportunità più che costi;
- parla di sfide già vinte, non di domande aperte;
- mostra vulnerabilità solo se già superate e rilette in ottica di lezione di crescita.
Certo, si legge bene e può anche essere piacevole.
Tuttavia, lascia fuori proprio ciò che rende viva, un’esperienza: l’incompiutezza, la fatica ancora non convertita in storia edificante, l’errore non ancora emendato.
Scrivere contro l’evidenza, vuol dire, per esempio
👉 raccontare un progetto che non si chiude con “abbiamo imparato moltissimo”, ma resta sospeso nella sua ambivalenza
👉 parlare di AI in azienda non solo in termini di efficienza, ma di lavori persi, competenze svalutate, ansie concrete
👉riconoscere che alcune esperienze non generano subito storie condivisibili, ma restano opache, parzialmente indicibili.
In altre parole, vuol dire restituire alla comunicazione professionale il diritto al non essere allineata, a non consolare, a non subito monetizzabile.
Scrivere contro l’evidenza significa restituire alla scrittura il suo mandato originario: aprire mondi.
Non dimenticare: venerdì 19 dicembre troverai una risorsa scaricabile per usare l’AI come “specchio dell’evidenza” nella comunicazione che pratichi tutti i giorni, qui su Linkedin.
Ti aspetto!
[2] Benjamin, R. (2019). Race after technology [Podcast transcript]. Data & Society. Retrieved, repeibile in https://listen.datasociety.net/episodes/race-after-technology/transcriptScrivere contro l’evidenza: l’uso “eretico” dell’AI
[1] Crawford, K. (2021). Atlas of AI: Power, politics, and the planetary costs of artificial intelligence. New Haven, CT: Yale University Press
Se desiderai una consulenza su scrittura, AI ed etica del linguaggio per la tua comunicazione, scrivimi : https://katiabovani.it/contatti/. Insieme troveremo la chiave per il tuo upgrade!
